sabato 5 aprile 2014

MyNewGreatStory. Steve's Jobs, nella mente del mentore Pixar

Se fai qualcosa e risulta abbastanza buona,
allora dovresti cominciare a fare qualcosa d’altro di meraviglioso,
non soffermarti su di essa per troppo tempo.
Basta capire che cosa c’è dopo. 
Steven Paul Jobs

Steve con gli occhiali alla Groucho Marx vicino ad una riproduzione della stele di Rosetta
Nose Jobs (1989) di Tom Zimberoff
Come tutti sappiamo la Apple fu il vero amore professionale per Steve Jobs, ma lo studio d’animazione Pixar era molto di più di un mero affare economico. Come ci spiega il presidente Ed Catmull nel suo libro in uscita l’8 aprile, Creativity, Inc., Overcoming the Unseen Forces That Stand in the Way of True Inspiration (Creativity, Inc., Superare le Forze Invisibili che Ostacolano il Cammino verso la Vera Ispirazione): “Il coinvolgimento di Steve Jobs con lo studiò si rivelò un’esperienza rivoluzionaria per entrambe le parti.” Ecco un breve estratto del libro riguardo un’aspetto della vita di Jobs che la maggior parte delle persone non ha mai avuto modo di vedere e di conoscere.


In un pomeriggio del febbraio 2007, mia figlia Jeannie ed io ci dirigemmo in macchina fuori città, verso un lungo tappeto rosso… e incontrammo Steve Jobs. Fu un paio d’ore prima che la 79a edizione degli Academy Awards iniziasse, e per arrivare ai nostri posti, noi tre ci facemmo strada attraverso una calca di persone al di fuori del Kodak Theatre nel cuore di Hollywood. Cars fu nominato come miglior film d'animazione e, speranzosi che si aggiudicasse quel premio, eravamo molto nervosi prima dell’inizio dello spettacolo. Eravamo spintonati da chiunque, Steve si guardò intorno al circo che si era creato, donne e uomini si mostravano elegantemente, la folta mischia di intervistatori televisivi, la folla di paparazzi e di curiosi urlanti,  le limousine tutte incolonnate sui marciapiedi, e disse: “A questa scena manca solo che un monaco Buddista si dia fuoco.”

Steve Jobs al Red Carpet degli Academy Awards nel 2010, per Up

Steve Jobs con Laurene Powell Jobs, sua moglie

Da sinistra, John Lasseter, Steve Jobs, Ed Catmull, Pete Docter, Bob Peterson e Michael Giacchino
È così difficile da catturare la sua prospettiva. Ho lavorato con Steve per oltre un quarto di secolo, e credo, più di chiunque altro, di aver visto una parte della sua vita che non si identifica con l’uomo dal perfezionismo implacabile, che ho letto su riviste, giornali, e anche nella sua biografia autorizzata. L’implacabile Steve, il ragazzo maleducato e brillante, ma emotivamente complesso che siamo venuti a conoscere, si trasformò in un altro uomo durante gli ultimi due decenni della sua vita. Tutti noi che conoscevamo Steve, avevamo notato la sua trasformazione. Diventò più sensibile non solo ai sentimenti altrui, ma anche rispetto al valore che gli altri apportavano al processo creativo.

La sua esperienza con Pixar era parte di questo cambiamento. Steve aspirava a creare cose utilitaristiche che potessero portare gioia; era il suo modo di rendere il mondo un posto migliore. Questo era uno dei motivi per cui Pixar lo ha reso così orgoglioso, perché sentiva che il mondo fosse migliore per i film che facevamo. Egli diceva regolarmente che i prodotti Apple erano brillanti, ma alla fine finivano tutti in discarica.

I film Pixar, invece, avrebbero vissuto per sempre. Credeva, come faccio io, che, scavando le verità più profonde, i nostri film sarebbero durati nel tempo, e trovò la bellezza in questa idea. John [Lasseter] parla della "Nobiltà di persone divertenti e spassose." Steve aveva capito questa missione fino alla radice, soprattutto verso la fine della sua vita, e sapendo che, l’essere divertente non era la sua abilità primaria, si sentiva fortunato ad essere stato coinvolto in questo gruppo.


Pixar occupava un posto speciale nel mondo di Steve, e il suo ruolo si evolse nel tempo che avevamo passato assieme. Nei primi anni, fu il nostro benefattore, colui che ci pagava le bollette per tenere le luci accese nell’ufficio. Più tardi, divenne il nostro protettore, da un lato un critico costruttivo internamente, dall’altro il nostro difensore più feroce esternamente. Avevamo attraversato molti momenti insieme, per stare sicuri, ma attraverso queste difficoltà, avevamo costruito un legame forte e raro.

Io ho sempre pensato che la Pixar era come un figliastro molto amato per Steve, forse concepito prima di entrare nella nostra vita, ma comunque plasmato da lui nei nostri anni formativi. Nel decennio prima della sua morte, ho visto Steve cambiare la Pixar, ma soprattutto, come la Pixar lo cambiò. Dico questo pur riconoscendo, che nessuna parte della propria vita può essere separata dal resto; naturalmente Steve imparava sempre dalla sua famiglia e dai suoi colleghi in Apple. Ma c'era qualcosa di speciale nel tempo che trascorreva con noi continuamente, per il fatto che la Pixar era la sua attività collaterale. Sua moglie e i suoi figli, naturalmente, erano di primaria importanza, e Apple fu la sua prima e più annunciata realizzazione professionale; Pixar era un posto dove poteva rilassarsi un po’ e giocare.

Non perse mai la sua profonda intensità, e lo guardavamo sviluppare la sua capacità di ascoltare. Sempre di più, esprimeva empatia, cura e pazienza. Divenne veramente saggio. Il cambiamento in lui era reale, ed era profondo.



Nel capitolo 5, ho detto, dietro mia insistenza, che Steve non partecipò alle riunioni del Braintrust. Ma lui dava comunque consigli dopo che i film venivano proiettati al board Pixar. Una o due volte per ogni film, quando una crisi si profilava, entrava e diceva qualcosa che avrebbe aiutato ad alterare le nostre percezioni per migliorare il film. Ogni volta offriva uno spunto, e sempre iniziava nello stesso modo:

"Io non sono davvero un filmmaker, così potete ignorare tutto quello che dirò adesso..." Poi procedeva, con un’efficienza sorprendente, per diagnosticare con precisione quale fosse il problema. Steve si focalizzava sul problema stesso, non sui filmmaker, che resero le sue critiche ancora più potenti. Se si percepiva una critica per motivi personali, era molto facile fare uscire quella persona. Ma non si poteva lasciar fuori Steve. Ogni film era commentato da lui e ne traeva beneficio grazie alla sua intuizione.

Mentre nei primi giorni in Pixar, le sue opinioni furono come un’altalena selvaggia e le sue conclusioni molto brusche, col passare del tempo diventò più articolato ed attento con i sentimenti delle persone. Ha imparato a leggere chi vi era nella stanza, dimostrando abilità che, anni prima, non pensavo che avesse.



Steve Jobs, Mach Kobayashi e John Lasseter nel 2006
C'è una frase che molti hanno usato per descrivere il talento di Steve per realizzare l'impossibile. Steve, dicono, impiegava un "campo di distorsione della realtà." Nella sua biografia, Walter Isaacson ha dedicato un intero capitolo ad esso, citando Andy Hertzfeld, un membro del team originale Macintosh in Apple, dicendo: "Il campo di distorsione della realtà era un mélange complesso con uno stile retorico e carismatico, una volontà indomabile, e un desiderio di piegare qualsiasi fatto per adattarsi allo scopo a portata di mano.” Io ho sentito questa frase abbastanza spesso attorno a Pixar, fin troppo.

Alcune persone, dopo aver ascoltato Steve, avrebbero avuto la sensazione di raggiungere un nuovo livello di intuizione, solo per scoprire in seguito che non potevano ricostruire i passaggi di un suo ragionamento; poi l'intuizione sarebbe svanita, lasciandoli a grattarsi la testa, sentendosi persi lungo il sentiero. Così, la distorsione della realtà.

Non mi è mai piaciuta questa frase perché portava un soffio di negatività, il che implicava che Steve avrebbe cercato di crearsi un mondo di fantasia per il solo capriccio, come se il rifiuto ad affrontare gli eventi, significasse che tutti quelli intorno a lui, avrebbero dovuto faticare tutte le notti, capovolgendo la loro vita nella speranza di soddisfare le sue aspettative. Molto è stato detto sul rifiuto di Steve nel seguire regole, realtà applicate dagli altri; notoriamente, per esempio, non ha mai messo una targa sulla sua vettura. Ma concentrarsi troppo su questo è come perdere qualcosa di importante. Ma riconobbe che molte regole erano in realtà arbitrarie.

Sì, ha testato i confini e talvolta ha tagliato il traguardo. Con un aspetto comportamentale, che può essere visto come antisociale, o se capita di poter cambiare il mondo, ci si può guadagnare l'etichetta di "visionario". Abbiamo spesso sostenuto, in teoria, l'idea di spingere oltre i confini, ignorando il problema che può causare nella pratica.




Fu chiamata Pixar, perchè ci si dedicò a realizzare qualcosa che non era mai stato fatto prima. Per me, questo fu un obiettivo per tutta la vita, e i miei colleghi in Pixar, Steve fra tutti, erano disposti a fare quel salto in avanti, prima che i computer avessero molta velocità o memoria per renderlo una realtà. Una delle caratteristiche delle persone creative è che esse immaginano di rendere possibile l'impossibile. Quell’immaginare, quel sognare audacemente rifiutando ciò che è (per il momento) vero, è la via per cui scopriamo ciò che è nuovo o importante. Steve aveva capito il valore della scienza e del diritto, ma aveva anche capito che i sistemi complessi non lineari, rispondevano in modi imprevedibili. E che la creatività, nel suo meglio, sorprende tutti.



La consegna postuma del titolo di Disney Legend a Steve Jobs nel D23 Expo del 2013

La dedica alla memoria di Steve Jobs presente durante i titoli di coda di Ribelle - The Brave (2012)

qui in John Carter di Andrew Stanton (2012)
Per me vi è un altro diverso significato per definire la distorsione della realtà. Esso deriva dalla mia convinzione che le nostre decisioni e le nostre azioni hanno delle conseguenze e che tali conseguenze plasmano il nostro futuro. Le nostre azioni cambiano la nostra realtà. Le nostre intenzioni sono importanti. La maggior parte delle persone credono che le loro azioni abbiano conseguenze, ma non credo nelle implicazioni di questa convinzione. Ma Steve lo fece. Credeva, come me, che proprio agendo sulle nostre intenzioni e rimanendo fedeli ai nostri valori, possiamo cambiare il mondo.

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Ci riserviamo tutto il diritto di rispondere male a chi si lamenta che è finita la fantasia a Hollywood solo perché stanno facendo un sequel di Mary Poppins. Che poi voglio dire, è tratto dai romanzi originali di P. L. Travers, sono passati più di cinquant'anni, e c'è Lin-Manuel Miranda che farà cose, che problema avete?

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