lunedì 19 agosto 2013

MyNewGreatStory. The Blue Umbrella, ode alla pioggia

Dove vanno a finire le migliaia di ombrelli che si perdono in tutto il mondo? 
Ecco una domanda che più volte mi aveva lasciato pensoso, senza che riuscissi a trovare una risposta. Il mistero mi fu chiaro quando un naufragio mi gettò nel paese degli ombrelli. E' un'isola sconosciuta: gli ombrelli perduti vanno a finire laggiù, dove vivono in completa libertà. Ne sono gli unici abitanti. Là piove sempre: d'estate come d'inverno, di primavera come d'autunno; le giornate si infilano l'una appresso l'altra, tutte uguali, grigie, monotone, tristi. Tutto gronda, gocciola, cola, di quando in quando il tuono spadroneggia sull'isola. Gli ombrelli qui si trovano a loro agio. Se ne vedono dappertutto, avanzano di buon passo scuri e lucenti; quando s'incontrano fra loro si fermano a gruppetti; passeggiano per i boschetti lungo le rive dei fiumi, sulla spiaggia. Tengono comizi sui prati; qualche volta si vede un ombrello da uomo che segue un ombrellino da signora facendo il galante. Spesso si vedono girare insieme un ombrello da uomo e un ombrello da donna, circondati da una nidiata di ombrellini piccoli piccoli.  
L’isola degli ombrelli, Achille Campanile 
Suoni e rumori di traffico. La pioggia inizia a cadere invadendo l’intero spazio cittadino, affollato di uomini con i loro ombrelli neri. Mezzi pubblici, auto, bici in movimento, passi che avanzano. I pedoni si fermano al traffico in divenire. Notiamo due puntini colorati: uno blu ed uno rosso. Son due ombrelli con un volto. Gocce cadono su di loro. Godimento per entrambi. Incroci di sguardi. Blue cerca un sorriso verso Umbrella, ma ricomincia la marcia, perdendosi di vista. Ma Blue non molla, vuole assolutamente rivederla. Cerca a tutti i costi di riavvicinarsi. Ma la pioggia e il vento aumentano e Blue viene trascinato via dalle correnti. Aiutato dalla città e dagli elementi che la animano, quali i segnali stradali, i tombini, le insegne e le inferriate, sfiorando bruscamente spigoli e grondaie, in balia della tempesta, sbatte contro ad un camion. Ammaccato e malconcio, tristemente si accascia sull’asfalto. Ma la speranza è l’ultima a morire, e l’uomo, proprietario di Blue, lo raccoglie e lo risistema osservato dalla ragazza dell’ombrello rosso che lo guarda preoccupata. Due sorrisi dal riflesso blu-rosso. L’acquazzone si quieta. Davanti ad un caffè dal sapore parigino, i due ragazzi  rincuorano gli animi dei due ombrelli innamorati e le speranze degli oggetti della viva città.






The Blue Umbrella, nuovo corto Pixar, prodotto da Marc Greenberg e diretto da Saschka Unseld, ci apre la mente ad una nuova visione delle cose e del mondo che ci circonda dal punto di vista di un ombrello, con uno stile tutto nuovo per lo studio di Emeryville che potremmo definire real-espressionista o fotorealista, insomma uno corto live-action a tutti gli effetti, senza girare nulla dal vero, ma riproducendone la realtà, con l’utilizzo della tecnica CGI.


Come ci racconta il regista: “Tutto inizia da uno scatto fotografico fatto a San Francisco 3 anni fa col mio iPhone. Mentre camminavo nella pioggia, trovai in un angolo un ombrello malridotto, abbandonato dal suo proprietario. E mi dissi: “Povero, ma che cosa gli è successo?” da lì iniziò l’avventura per realizzarne la storia.”

Il plot è costruito su tre personaggi: i due ombrelli con i due proprietari, la pioggia e gli oggetti in funzione di aiutanti della città quali tombini, grondaie, segnali stradali con sembianze umane, all’interno di un background cittadino pieno di folle e mezzi in movimento. Una storia, priva di dialogo, che si evolve grazie alle espressioni dei personaggi ed ai suoni della pioggia, facendo “vivere emotivamente la città” dove al centro ci fosse l’evoluzione della vita di un ombrello e all’esterno un coro cittadino.






Una delle regole Pixar per un buon storytelling è “se la storia funziona, così come i personaggi, allora si comincia a costruire e a creare l’intero film con qualunque mezzo tecnico possibile a ricreare la miglior emozione.” Così Saschka Unseld, nato a Francoforte, vivendo per anni ad Amburgo, città entrambe molto piovose, si è innamorato della pioggia e della sua malinconica bellezza, “quando piove tutto è scintillante, è una sorta di dichiarazione d’amore alla pioggia, per celebrarne la sua bellezza e i suoi incontri.” Troviamo dunque espressività, affiatamento, emozione, attrazione, ricerca, sconforto, speranza fino all’amore.






Ogni personaggio proviene da uno studio approfondito fatto nelle vie di San Francisco, scatti rubati con l’iPhone, ricercando negli oggetti cittadini più disparati, un volto, due occhi, una bocca sorridente, un viso corrucciato, un corpo che indica la strada ad un passante. Un processo mentale studiato, come ci racconta Unseld, ad un laboratorio d’infanzia al Walt Disney Family Museum. I bambini infatti amano fantasticare sui volti degli oggetti per creare nuove storie nel profondo della loro incredibile immaginazione. Questo è dunque un segno di “interpretazione della realtà delle cose” dove le linee e i punti somigliano a identità a noi note, costruendo ed illudendo chi guarda, facendoci sognare, prendendo forma in analogia con tutto quello che vediamo nel mondo, barando e tradendo noi stessi con la luce e le forme. Le facce ci dicono: “Ci vedi? Entra con noi in questa storia, vivi con noi questo momento! Questa storia potrà piacerti.” Unseld ci racconta questa idea, “A volte mi disconnetto col mondo, perché è così iper-reale; nell’animazione si possono vedere le impronte digitali, è questo il bello. Con questo corto ho voluto ottenere questo tipo di mano, di struttura.” Gli oggetti della città hanno un tratto quasi “stop-motion”, sono più scattosi, come marionette fatte di materie molto rigide, quali la pietra, il cemento, il metallo, il legno e la plastica rigida. Ogni edificio, ogni segnale, ogni tombino, ogni grondaia, ogni caselle di posta, ogni pozzetto ha una sua personalità da giovane a più vecchio in evoluzione, come abbiamo visto per Carl ed Ellie nel film Up (2009). Gli ombrelli invece sono più stilizzati, luminosi e colorati, hanno due volti bidimensionali con movimenti scattanti e rapidi come nell’animazione tradizionale. In tutto ciò, l’espressività dell’ambiente è resa dal terzo protagonista, la pioggia, sfocatura del movimento, più reale col mondo che ci circonda. Essa è diversificata dall’inizio che è sottile, accentuata dal sound design, portandoci in un primo momento ad un aspetto romantico della storia fino ad un momento più burrascoso, dalla pioviggine, ai rovesci più intensi, alla pacificazione del tempo verso la fine.













La metropoli che vediamo realizzata è un miscuglio di più città. La base è New York con una ricerca di stile; le strade sono proprio quelle di Manhattan, icone di vie e complessità, dai marciapiedi ampli per ospitare un mare di ombrelli. Gli oggetti invece provengono da alcuni scorci di San Francisco, mentre la caffetteria è legata ad uno studio su Parigi per il film Ratatouille (2007). Insomma l’idea era quella di costruire una grande città simbolica con i suoi flussi e le sue espressioni all’interno di un temporale.



L’intero film ha molte ispirazioni tratte dal cinema d’autore e dalla pittura. Possiamo notare l’espressività  astratta e il dinamismo tra colore e realtà dei film di Wong Kar Wei come Chungking Express (1994) e In the mood for love (2000), verso le atmosfere urbane e i teatri di storie umane dei capolavori di Wim Wenders, Unseld ne è appassionato, al ritmo e alla solitudine dei capolavori d’animazione di Hayao Miyazaki che cattura e illumina i pensieri di ognuno di noi. Arrivando così alla Francia, ricordandoci la corrente pittorica impressionista in particolare un quadro di Gustave Caillebotte, Jour de pluie à Paris (1877), dove vediamo dipinto un giorno di pioggia all’interno di un momento di vita quotidiana parigina, tessendo più piani prospettici ricordandoci un nuovo spazio figurativo, fino al cinema francese, il primo intitolato Le parapluie de Cherbourg (1964) di Jacques Demy, dove si narra di una storia d’amore proprio con gli ombrelli (http://www.youtube.com/watch?v=RhBbKvb3IKA) fino al cortometraggio di Albert Lamorisse Le ballon rouge (1956) (https://vimeo.com/42144417) che ricorda molto i colori e le sensazioni di amicizia e d’amore per un palloncino rosso, già ispirazione di Pete Docter in Up (2009). Non manca nemmeno il cinema americano, dall’ombrello sgualcito a causa di un ciclone nel film Steamboat Bill Jr. (1928) con Buster Keaton, ad un episodio animato del film Disney Make mine music (1946) dal titolo Johnny Fedora and Alice Blubonnet (Gianni di feltro e Alice di paglia) (http://www.youtube.com/watch?v=hsvzj3sbCEo), una storia d’amore tra due cappelli nella New York degli anni ‘40 dal punto di vista di un cappello. Per arrivare al musical americano col film Easter parade (1948) con Fred Astaire e Judy Garland dove vi è un brano dal titolo Fella with an umbrella (https://www.youtube.com/watch?v=kMPmN0Xsl8w) alla scena più famosa con gli ombrelli del film Cantando sotto la pioggia (1952) (http://www.youtube.com/watch?v=w40ushYAaYA) dove Gene Kelly canta felice al cielo sotto la pioggia “c'è il sole nel proprio cuore e siamo nuovamente pronti ad amare”.






















Il look & feel di questo nuovo short ha spinto il reparto R&D Pixar, guidato da Guido Quaroni, verso un nuovo orizzonte. Non esistendo più barriere tecnologiche, attraverso idee, storie, mondi e personaggi vincenti, con una grande voglia di esplorare, si è creata questa nuova tecnica chiamata global lighting o global illumination, costruita per il nuovo lungometraggio Monsters University e adottata anche per questo short. Questo nuovo sistema, riscritto da Davide Pesare, shading director per MU e per The Blue Umbrella, aiuta a creare una illuminazione più realistica con un numero limitato di luci, simula ciò che la luce reale fa, come i riflessi secondari ed i rimbalzi di luce. Pesare ci racconta: “Mentre prima l'illuminazione era molto più artigianale, infatti per costruire un'illuminazione di un'area bisognava avere moltissime luci puntiformi, oggi si possono definire: area, dimensione ed intensità. In The Blue Umbrella grazie a questa tecnica il realismo viene accentuato di più, soprattutto dalla profondità di campo. Più sfocatura, più lavorazioni delle immagini renderizzate. I colori infatti vengono modificati poi con dei filtri post-rendering da rendere tutto più omogeneo.”











Come ci racconta in maniera analitica il regista: “Per costruire tutto ciò in media, il rendering di ogni singolo frame ha richiesto 22 ore. Ogni singolo frame del cortometraggio impegna mediamente 23,4 GB di memoria (ovvero 187,2 milioni di bit di informazioni). Per dare un’idea, il genoma umano contiene circa 3,08 miliardi di coppie di basi che corrispondono a 6,16 miliardi di bit. Questo significa che ogni singolo frame di The Blue Umbrella contiene abbastanza informazioni per creare il codice completo di 30 esseri umani. La ripresa più impegnativa da realizzare è stata quella che vede Blue privo di sensi nella grondaia e che ha richiesto 112 ore per ogni frame. Se avessimo fatto il rendering di questa ripresa su un solo computer, ci sarebbero voluti quasi 3 anni. Se aveste un computer moderno, impieghereste quasi 27 anni per il rendering di tutto il cortometraggio. In altre parole, se aveste cominciato il rendering nel Febbraio del 1986, quando la Pixar è stata fondata, avreste terminato a Dicembre di quest’anno. Se le immagini di Umbrella fossero dei coni gelato, ne avreste 107, abbastanza per farvi venire un bel mal di pancia.” (https://vimeo.com/57386858) (https://vimeo.com/50323463)

A questa incredibile parte tecnico-visiva, si aggiunge la parte sonora (https://vimeo.com/57429446)  (https://vimeo.com/46053333) costruita ad hoc da Jon Brion con l’utilizzo di una voce voluta dal regista stesso, Sarah Jaffe, voce delicata, fragile, indicante lo stato d’animo dell’evoluzione del film. Jon Brion punteggia il film come nelle sue colonne sonore precedenti (Eternal sunshine of spotless mind (2004), Punch drunk love (2002), costruendo una partitura dal romantico, al dramma, al lutto ad una canzone. Una melodia formata da 5 note (http://www.youtube.com/watch?v=mgsXRajgnmE), mettendo in equilibrio la felicità e la tristezza attraverso suoni, composizione e voce, creandone così un gioiello intimo ed espressivo come ciò che vediamo sullo schermo.




The Blue Umbrella è dunque l’avvio di una nuova visione del mondo e delle cose che ci circondano, uno spazio magico ed intimo, un pò come un ombrello trasportato tutti i giorni dalla pioggia e da un "vento", come ci ricorda Calvino, “venendo in città da lontano, porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili.”

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Ci riserviamo tutto il diritto di rispondere male a chi si lamenta che è finita la fantasia a Hollywood solo perché stanno facendo un sequel di Mary Poppins. Che poi voglio dire, è tratto dai romanzi originali di P.L. Travers, sono passati più di cinquant'anni, e c'è Lin-Manuel Miranda che farà cose, che problema avete?

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