domenica 9 novembre 2014

MyNewGreatStory. Il Colorscript in Pixar

Quando uscite a dipingere, sforzatevi di dimenticare gli oggetti che avete davanti: un albero, una casa, un campo o altro. Pensate semplicemente: qui c'è un quadratino di azzurro, qui un ovale  di rosa, qui una striscia di giallo, e dipingete proprio come vi sembrano il colore e la forma esatti, finché ottenete la vostra impressione ingenua della scena che vi sta davanti. 
Claude Monet

Lasseter in ogni suo intervento chiarisce sempre quale sia la poetica Pixar in una semplice frase:
L’arte sfida la tecnologia e la tecnologia ispira l’arte. 
L’arte si basa sul colore. Il colore viene spesso trattato come una cosa, ma è un vero fenomeno percettivo per eccellenza ed in Pixar è parte fondante dell’intero film. 

Che colore può avere un’idea? 
Il colore è legato alle emozioni. Attraverso un colore possiamo provare:

1) Rabbia
2) Paura
3) Tranquillità
4) Tristezza
5) Gioia
6) Sorpresa 

Il colore può essere considerato da 3 punti di vista:

1) Ottico-sensibile (impressivo)
2) Psichico (espressivo)
3) Intellettuale-simbolico


Parlare di armonia dei colori significa dare un giudizio sull’effetto simultaneo di due o più colori: armonia-disarmonia, piacevole-spiacevole, simpatico-nonsimpatico. L’armonia è dunque un equilibrio, una simmetria di forze. Wilhelm Ostwald nel suo Manuale dei colori (1916) dice:

L’esperienza insegna che certe giusttaposizioni di colori producono un effetto piacevole, altre un effetto spiacevole o indifferente. Nasce il problema del perchè di ciò. La risposta è: producono un effetto piacevole i colori che si trovano in un preciso e regolato rapporto reciproco, vale a dire in un ordine. Se questo manca, i colori appaiono spiacevoli o indifferenti. Si dicono armonici i gruppi di colori che producono un effetto gradebvole e possiamo quindi stabilire un principio: armonia=ordine.

Lo studio Pixar cerca di rendere armonica ogni storia, ogni idea per il proprio film grazie all’aiuto del colorscript.

Pixar può essere definita una bottega rinascimentale, dove maestri artisti e tecnici innovatori producono quadri in divenire, che come tali vanno fruiti, mettendo in circolo suggestioni tecniche, grafiche, pittoriche del tutto peculiari. Una poetica del “fantastico” e del “meraviglioso” che ci riporta allo stupore, al movimento di una immagine avvolgendoci in un mondo incredibile, merito di una storia solida e creativa, visualizzata mediante le nuove tecnologie d’animazione in computer grafica. La lavorazione richiede un enorme lavoro partendo proprio dalla manualità artistica di ogni creativo, unita ai calcoli dei ricercatori che sperimentano ogni volta una via per creare una nuova arte con innovative teorie di calcolo assieme ai computer. 

Come ricorda Elyse Klaidman, direttrice del Pixar Archive e della Pixar University: 
"Da quando l’arte esiste si discute su “cosa è arte”. Se definiamo l’arte come processo o prodotto dell’organizzazione e dell’unione di oggetti per creare qualcosa che stimoli un’emozione o una risposta, allora è chiaro che tutti i materiali che produciamo, dagli schizzi alle sculture, qui in Pixar, rispondono alla definizione di “arte”. Il nostro è un grande processo creativo che unisce la computer grafica alla tradizione delle arti figurative. I nostri film sono fatti da artisti e i nostri artisti scelgono strumenti che consentono loro di esprimere le loro idee e le loro emozioni più efficacemente." 

Lo spettatore è immerso attraverso le creazioni digitali in una sorta di immaginazione espansa, ricca di storie, simboli, esperienze legate ad immagini. Questo aspetto meraviglioso deve così generare emozioni e sentimenti che altri generi non suscitano: la paura e l’orrore da una parte e la curiosità e la meraviglia dall’altra. Attraverso il mezzo animato, lo studio Pixar studia ed analizza nel profondo la realtà e la nostra coscienza, là dove riaffiorano vecchi ricordi, educandoci al pianto e al riso. È un’esperienza emotiva, di forte collaborazione tra persone e di pura tecnologia; una wunderkammer dei segreti, piena di oggetti strani, sculture in progressione, disegni schizzati, tecniche interattive, un micromondo che ci stupisce ogni volta che lo guardiamo con interesse. Vi è un grande amore per il mondo e per questo affascinante lavoro, ricco di tutti quegli insegnamenti di vita ricevuti dalle persone che vi operano.

Pixar crea un manifesto ed un omaggio al connubio arte-tecnologia, nei titoli di coda del film WALL•E, un percorso visivo dall’umanità del passato all’evoluzione del futuro scorrendo i vari secoli d’arte pittorica, tra chiaroscuri e 8 bit. Fotogramma su fotogramma, ritmati dalla canzone Down to Earth di Peter Gabriel e Thomas Newman, le immagini richiamano la vera potenza visiva dell’evoluzione di stile e di arte dell’uomo coi “piedi per terra” utile a migliorare il nostro mondo. I titoli in movimento ci raccontano le immagini delle caverne ai geroglifici egiziani, ai mosaici paleocristiani, al rinascimento italiano di Da Vinci e Michelangelo, agli impressionisti francesi, agli intimi espressionisti olandesi, fino al mondo della silicon valley del videogioco, un universo pieno di pixel, uniti a formare il nuovo rinascimento della computer grafica.










Come scrisse Vasilij Vasil'evic Kandinskij nel suo trattato Punto, linea, superficie. Contributo all'analisi degli elementi pittorici (1926): "Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde. [...] L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro."

Il colore gioca con la mente, si comporta in maniera soggettiva da persona a persona ed ha effetti particolari su ogni immagine. La mutabilità di ogni singolo colore con infinite variazioni di tinte, ombre e toni, ma soprattutto le relazioni tra essi, sono principi dello stumento filmico, supportando la storia e i personaggi. Pixar studia la vera forza del colore con i colorscript, il vero strumento artistico che traduce in immagini, in tratti e dipinti, la storia e l’idea di partenza di un film, attraverso il colore, la luce e l’atmosfera, quasi come un burattinaio vede dall’alto le sue marionette e ne muove i fili per modificarne l’intero progetto. Prima di Pixar, nessun studio d’animazione aveva creato in maniera amplificata i flussi e le mappe di colore e di luce in relazione alla storia e ai personaggi, ma vi erano stati comunque dei test su alcuni progetti. 

Unendo i fotogrammi di ogni film Disney si ottengono delle strisce colore che costruiscono l’armonia visiva di ogni scena e sequenza animata.

La Disney fece un primo esperimento nel film Fantasia nel 1940 per la sequenza Toccata e fuga e per La suite dello schiaccianoci grazie alle visioni dell’artista cinetico Oskar Fischinger,

e nel film Bambi (1942), dove grazie all’illustratore Tyrus Wong si riuscì a creare una nuova dimensione evocativa della scena grazie al tratto e al colore. 

Per arrivare a metà degli anni ’40 allo studio UPA Film che realizzò dei color continuity board, tavole colore per i suoi cortometraggi, come nel film The Magic Fluke (1949). 

Come sostiene lo stesso Lasseter: 
"È difficile immaginare che alla Pixar gli artisti che utilizzano i mezzi tradizionali sono in numero quasi pari a quello degli artisti che impiegano i mezzi digitali. La maggior parte del loro lavoro avviene durante lo sviluppo di un progetto, quando si lavora sulla trama e sull’aspetto del film costruendo intorno a noi uno spettacolare patrimonio artistico. L’animazione computerizzata è un mezzo straordinariamente liberatorio, ma anche irto di difficoltà. Gli unici limiti sono quelli imposti dalla propria fantasia, ma è anche vero che non c’è niente, neanche il dettaglio più minuscolo, che non sia creato da noi. Col computer nulla è affidato al caso; gli obiettivi si raggiungono solo con un duro lavoro. Perciò la fase dello sviluppo, cioè il periodo prima della costruzione del mondo digitale, è il momento in cui godiamo della maggiore libertà. Incoraggiamo i nostri artisti a esplorare il più possibile, e a lasciar correre liberamente la propria fantasia."

I tre maestri del colore in Pixar sono Ralph Eggleston, Bill Cone e Lou Romano, inventori di questa tecnica rivoluzionaria, il colorscript, per visualizzare in poco tempo e in maniera globale le intere emozioni del film.

Si parte sempre da un’idea, da una sceneggiatura che è il punto di partenza per ogni film. Ci sono molti modi per raccontare una storia e in Pixar il modo migliore per farlo è quello di utilizzare l’illustrazione. Vengono dunque visualizzate le idee emotive in maniera cromatica, una sorta di spirito guida al processo creativo, rinforzando l’arco drammatico della storia visualizzandone la vera essenza. Dai dettagli del colore si intuirà la natura stessa del progetto, descrivendone ancora meglio le azioni o l’espressività di quel personaggio nel momento in cui il film è in fase embrionale e non in produzione. I colorscript vengono realizzati con vari formati e stili perchè la vera formula non è il come ma è il cosa e il perché si dipinge; devono essere il calibro e il supporto all’intero progetto e al suo stato di avanzamento. Da qui l’attenzione al dettaglio, alla bellezza, al gusto, alla grande sperimentazione a tutto campo nel settore della computer grafica, creando una vera e propria commistione tra pittura e animazione, per arrivare al “real-espressionismo”, neologismo per rendere più empatica la parola iper-realismo, cioè che conquista verosimiglianza attraverso nuove tecniche, sinestesie e contaminazioni dei sensi nella percezione da veri iconoclasti. 




Come disse Albert Einstein, l'immaginazione è più importante della conoscenza”, e contribuisce a creare calore narrativo, con storie originali che vengono rielaborate giorno dopo giorno, visivamente con storyboard, animatic, schizzi e maquette, immedesimandosi nella natura del mondo in cui stanno vivendo e che ci stanno narrando, per dare vita, non solo attraverso la mera tecnologia della computer grafica che da una forma, ma grazie alla “cultura dell'arte per l’arte”.

Il colorscript in animazione ha uno scopo funzionale. L’animazione non è un processo così lineare. Il regista ha dunque bisogno di avere sempre con se in maniera chiara tutti gli elementi del suo film per ottenere l’immagine finale il più possibile simile al render finale. Il colorscript è un primo tentativo di mappare il colore, l’illuminazione, l’emozione, gli stati d’animo della storia di quel film. Non è solo arte fine a se stessa, ma è anche funzionalità dell’arte. Il colorscript evolve di pari passo con le prime fasi del film, cioè si muove parallelamente ai cambiamenti e agli sviluppi della storia.


Il regista attraverso molte modalità visive costruisce nella sua mente le fasi successive della produzione vera e propria. Il colorscript non costruisce e nemmeno distrugge la storia di un film, ma può aiutare l’intero team nell’evoluzione delle proprie idee per capire i diversi approcci della storia che stanno narrando. Il colore in un frame può essere corretto quando si segue un percorso chiaro e semplice dall’inizio alla fine. A volte c’è la tendenza a vedere il colore come un ripensamento, ma coloro che pianificano e strutturano visivamente il colore cercano di sfruttare totalmente le sue possibilità per poter creare un’esperienza cinematografica coinvolgente emotivamente, ma soprattutto ricca visivamente per gli spettatori che la guardano. 


Il 90% dei visual vengono buttati e non sono l’idea più congeniale a quello che si vuole ottenere per quel film. È una sorta di jont-venture tra creativi al fine di trovare la via migliore per costruire una buona storia. Ogni settimana si cerca di migliorare sempre di più quella parte visiva che non convince per capire cosa sia meglio e cosa sia peggio. C’è sempre un’idea migliore dell’altra quando meno ce la sia aspetta. La cosa che sbalordisce in Pixar è la quantità di idee che vengono fuori da ogni artista, ma soprattutto il modo di lasciarsi andare alla creatività e alla sensibilità di ognuno. Ogni artista ha una propria idea mentale e visiva di quella storia, tirando fuori un un proprio punto di vista emotivo, un proprio colore per quella idea, il proprio umore per quella scena, costruendo continuità, inventando lo stato d’animo dell’intero progetto. Ci si può soffermare sui colori e sulle loro armonie con i loro dettagli e uniformare ogni volta il tutto per poi capire cosa può andare o cosa può farci riflettere nel ripensare ancora la scena. Tutto in pochi quadri. Non in maniera analitica e complessa, ma in maniera sintetica. Guardando dall’alto la storia nel suo complesso, attraverso colore e tratto si può capire l’umore generale dell’intera storia, comprendendo la complessità e la semplicità in essa presente.



Questo è il motivo più importante per cui la Pixar utilizza i colorscript per ogni produzione, in quanto gli consente di mappare l’esperienza emotiva dello spettatore dall’inizio alla fine della storia, prima che il film si possa costruire. Il colorscript definisce la tavolozza colori e la sua illuminazione per mantenere un aspetto grafico coerente. Il colore viene studiato in un corso tenuto alla Pixar University, l’accademia interna Pixar dove ogni artista studia le migliori metodologie per rendere il film visivamente più attraente e fornire assist psicologici all’interno del gruppo.


Questa tradizione via via si è migliorata con l’aiuto del digitale, sfruttando differenti tecniche, dal pastello mezzo più veloce ed efficente all’epoca di Toy Story per lavorare oggi al computer con software digitali quali Adobe Illustrator o Photoshop.



Un esempio di questa armonia di visioni e di colori lo troviamo nella mostra PIXAR: 25 Years of Animation curata da Elyse Klaidman. In mostra si possono ammirare oltre che bozzetti, maquette, storyboard e animatic anche i colorscript su larga scala di ogni produzione filmica. L’artista Andrew Jimenez ha creato una vera e propria installazione d’arte, un percorso visivo di 8 minuti, chiamato Artscape che ci immerge in questi colorscript e visual. Jimenez ha usato la tecnologia digitale per esplorare questa forma d’arte in movimento tridimensionale simulato su più livelli per creare un’esperienza immersiva tra visioni e suoni.


Il prossimo film Pixar, Inside Out (2015) di Pete Docter parla proprio delle emozioni umane e dei suoi colori, quasi a raccontarci proprio cosa la mente umana prova guardando ogni giorno la realtà quotidiana, come nella fantasia di un colorscript, un mondo di cui tutti sentono sempre parlare, ma che nessuno ha mai visto.









Le immagini sono di proprietà Disney-Pixar ©.

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