mercoledì 7 marzo 2012

John Carter: la recensione dell’Hollywood Reporter

John Carter Taylor Kitsch Cave - H 2012

Esce oggi in Italia e venerdì negli USA. Si tratta del nuovo kolossal Disney John Carter. L’Hollywood Reporter l’ha recensito e lo sintetizza così: "Non molto originale forse ma affascinante e divertente abbastanza, il nuovo colosso sci-fi Disney è spettacolare ma anche un po’ scadente. Lo stravagante film di Andrew Stanton è un miscuglio piuttosto affascinante, anche se forse non sembra un prodotto con emozioni e cancan sufficienti da giustificare il budget stellare da 250 milioni di dollari.

Dato che è basato su un lavoro pionieristico di fantascienza, può essere una piccola sorpresa il fatto che John Carter sembra come un pot-pourri di qualsiasi elemento familiare, alcuni dei quali senza dubbio sono stati presi in prestito da altri romanzi di Edgar Rice Burroughs e riportati qui al punto di partenza. Questo stravagante prodotto della Disney è un miscuglio piuttosto affascinante, anche se forse non sembra un prodotto con emozioni e cancan tali da giustificare  il mega budget da 250 milioni di dollari. Né classico ma nemmeno fiasco, il film probabilmente delizierà maggiormente gli appassionati di fantascienza, ma c’è abbastanza materiale anche per il pubblico generale Disney per poter generare un solido risultato al box office mondiale.

Se Avatar non esistesse, è possibile che John Carter sarebbe potuto sembrare più come uno sfondamento di genere, dato che la premessa di un pianeta lontano penetrato da un terrestre che inizia una storia d’amore interplanetaria e alla fine viene accettato nella cultura aliena (persino qui Marte ha una grande struttura arborea alla base di tutto). Ma l’eco risuona anche da altre fonti: Cosa è arrivato prima, il Jedi di Star Wars o i leader Jeddak del film? Il look del perizoma camosciato di Taylor Kitsch è ispirato a una cosa simile che stava piuttosto bene anche a Charlton Heston in Pianeta delle Scimmie? Il background di John Carter non consiste in una parte derivata dal Fuorilegge Josey Wales e da una parte da Indiana Jones? E lo spettro degli antichi Greci, come noto, non aleggia sopra le battaglie senza fine che vengono combattute tra i vari vicini nel film?

La Prinicipessa di Marte, il primo lavoro di Burroughs ad essere mai pubblicato, è stato trasformato per la prima volta in un serial nel 1912 e venne pubblicato come un romanzo sei anni dopo. Con cura, l’autore è stato riportato in scena con un apparecchio d’inquadratura del 1881, nei panni del giovane nipote dell’avventuriere appena deceduto John Carter che è stato chiamato a New York City per vedere un diario che l’uomo morto aveva scritto solo per Edgar.

Come nella storia di Burroughs, Carter è un soldato Confederato portato ad ovest dopo la Guerra Civile dalla febbre dell’oro. Ma non prima di aver scoperto una caverna estremamente temuta dagli Indiani, che funge da portale per un luogo che assomiglia molto al West Americano ma che, in realtà, è un luogo simile ad un deserto chiamato Barsoon; si tratta di quel quarto pianeta nel sistema solare che è stato spesso fantasticato come una possibile dimora di qualche forma di vita.

La prima specie che Carter incontra quando si risveglia sono delle bestiole appena nate che crescendo diventano Tharks: sottili, con le zanne, con sei arti, la pelle verdastra, piuttosto nervosi per essere nel loro anno mille della loro lotta con i disgustosi da Zodanga, il cui principe arrogante, Sab Than (Dominic West), ha appena acquistato un nuovo amuleto letale. I Zodangani si spostano a bordo di giganti veicoli volanti e sono accompagnati da tre uomini sacri, tra i quali il più degno di nota è Matai Shang (Mark Strong) che sa tutto e che può anche cambiare forma.

Anche se sono alleati con gli aristocratici di Helium – la cui elite, che comprende il Jeddak (Ciaran Hinds) e sua figlia, la Principessa Dejah Thoris (Lynn Collins), hanno un accento inglese e sono equipaggiati con costumi di tessuto e una parrucca da cattivi che ricorda un’avventura di Ray Harryhausen degli anni ‘50 — i poveri Tharks hanno un disperato bisogno di aiuto per poter sopravvivere. Quando osservano come Carter riesce a saltare le rocce alte con un solo balzo, grazie alle sottili condizioni atmosferiche, decidono che John è l’uomo che fa per loro.

Ci vorrebbero ulteriori visioni per poter determinare con precisione quante volte Carter viene catturato e poi fugge nell’arco della storia messa insieme dagli sceneggiatori Andrew Stanton, Mark Andrews e Michael Chabon. Più una serie di incidenti che un dramma di archi ritmici composto con grazia e atti rifiniti con eleganza, il film alla fine porta la sua attenzione principale sul dilemma della Principessa Dejah, il cui orientamento mentale di alto livello contribuisce alla sua riluttanza ad essere la figlia obbediente e a sposare il venale Sab Than per ragioni politiche, come richiede suo padre. Con Kitsch e Collins che hanno condiviso insieme una vita precedente in X-Men Origins: Wolverine, i loro personaggi qui si crogiolano alla vista di due lune mentre confrontano le loro annotazioni sul sistema solare e, in un modo fascinosamente anticonvenzionale e senza sentimento, si uniscono.

Stanton, che ha diretto Alla Ricerca di Nemo e WALL-E, co-diretto A Bug's Life e ha avuto a che fare con la scrittura di tutti e tre i film di Toy Story, qui segue Brad Bird dopo tre mesi facendo un passaggio dall’animazione della Pixar al mondo del live-action. Anche se il risultato è piuttosto un guazzabuglio, la coerenza della storia prevale sullo stile visivo; i colori, le tonalità della pelle, la luminosità delle immagini e la coesione dei diversi elementi pittoreschi sono meno stellari, nonostante il 3D sia efficace, con poca brillantezza sacrificata quando si indossano gli occhialini. Per un regista della Pixar, qui però lo humor è notevolmente assente.

Kitsch, dai capelli lunghi, con la barba e vestito in modo approssimativo per la maggior parte del film, rientra nei requisiti dell’eroe d’azione né più né meno. Con i suoi capelli neri come un corvo e i suoi occhi azzurri laguna, Collins, che ha interpretato Portia nel Mercante di Venezia con Al Pacino otto anni fa,  è stata pure lei una scelta tutt’altro che prevedibile in stile Hollywood, così eccola che brillantemente recita in un ruolo piuttosto standard. A fiancheggiare troviamo Strong e James Purefoy, che sono i due attori che danno più colore al film.

Data  d’uscita: 9 marzo in USA, 7 marzo in Italia (Disney)
Produzione: Walt Disney Pictures
Cast: Taylor Kitsch, Lynn Collins, Samantha Morton, Willem Dafoe, Thomas Haden Church, Mark Strong, Ciaran Hinds, Dominic West, James Purefoy, Bryan Cranston, Polly Walker, Daryl Sabara
Regista: Andrew Stanton
Sceneggiatori: Andrew Stanton, Mark Andrews, Michael Chabon, basata sul romanzo
A Princess of Mars di Edgar Rice Burroughs
Produttori: Jim Morris, Lindsey Collins, Colin Wilson
Direttore della fotografia: Dan Mindel
Production designer: Nathan Crowley
Costumi: Mayes C. Rubeo
Editore: Eric Zumbrunnen
Musica: Michael Giacchino
Rating e durata: PG-13,
130 minuti

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Ci riserviamo tutto il diritto di rispondere male a chi si lamenta che è finita la fantasia a Hollywood solo perché stanno facendo un sequel di Mary Poppins. Che poi voglio dire, è tratto dai romanzi originali di P.L. Travers, sono passati più di cinquant'anni, e c'è Lin-Manuel Miranda che farà cose, che problema avete?

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