mercoledì 3 marzo 2010

Alice in Wonderland: Recensione del Corriere della Sera

image Che le strade di Tim Burton e di Lewis Carroll fossero destinate a incrociarsi era quasi un’evidenza. Nessuno come il (quasi) reverendo Charles Lutwidge Dodgson (Carroll era il suo pseudonimo) aveva difeso il diritto - e il piacere - di trasformare i propri sogni e le proprie fantasie in qualche cosa di «reale», almeno nel campo dell’esperienza artistica. Un esempio fin troppo invitante per lo scarmigliato regista di Burbank che con i suoi film ha sempre cercato di fare quello che Alice fa nelle sue avventure: dare forma e credibilità ai sogni (e agli incubi) di un’eterna adolescenza.

Con almeno un grosso ostacolo: l’atmosfera sostanzialmente divertita e scanzonata che accompagna la descrizione delle avventure di Alice fatica ad adattarsi alla malinconia spesso incombente sull’universo gotico di Burton. Carroll usa abbondantemente il non-sense, i giochi di parole e le invenzioni linguistiche per mettere in discussione il senso della realtà, anche di quella che si trova alla fine di una tana di coniglio o dietro uno specchio. Cerca di mettere in crisi il mito dell’ordine e della moralità inseguito dalla società vittoriana perché, come ci insegnano i sogni e le fantasie dei bambini, c’è sempre qualcosa che sfugge alla nostra ragione. Anche Burton ce lo ricorda con i suoi film, ma con atmosfere molto più cupe, dove la voglia di rivendicare la propria originalità e il rifiuto dell’omologazione può costare molto caro. Un’esperienza che finisce per provare sulla propria pelle anche questa «nuova» Alice, più adulta (ha 19 anni) e meno spensierata di quella immaginata da Carroll (e da Disney).

Diversamente dal film a cartoni animati e dal libro, Burton racchiude il suo film dentro una cornice «storica» che da una parte ribadisce il valore psicoanalitico del viaggio nel «paese delle meraviglie» (che diventa la «materializzazione » del sogno che turba la protagonista fin dalla più tenera età) e dall’altro lo eleva a una specie di percorso di formazione, capace di mettere la protagonista di fronte alle responsabilità che la vita adulta sta per farle incontrare. Ottenendo anche il risultato di attribuire un maggior valore metaforico ai personaggi, trasformati da invenzioni fantastiche in una specie di riflesso deformato della realtà.

Ecco che allora le disavventure di Alice (interpretata da Mia Wasikowska) diventano qualche cosa di più e di diverso da una «semplice» trasposizione deimage l libro: sono un vero e proprio «esame iniziatico» per la protagonista e lo spettatore assieme a lei, spinti a confrontarsi con un mondo dove la follia non deve sorprendere anzi può aiutare ad affrontare la realtà quotidiana (gli insegnamenti del padre di Alice, l’irrazionalità fatta regola di vita dal Cappellaio Matto interpretato da Johnny Depp) e dove lo scontro non deve spaventare, perché nel mondo reale come in quello fantastico i cattivi e i buoni si intrecciano, qui incarnati da Iracondia, la regina rossa (una strepitosa e «deformata» Helena Bonham Carter) e da Mirana, la regina bianca (Anne Hathaway), due sorelle in guerra per la sovranità.

Ma se i toni gotici che pian piano si impossessano del film - grazie anche a personaggi come il Fante di cuori interpretato da Crispin Glover, il drago Ciciarampa o il disgustoso Grafobrancio - trovano a questo punto una loro giustificazione narrativa, si fa più fatica a capire la necessità di girare il film in 3D e con l’ausilio di un’invasione di effetti digitali, capaci solo di far rimpiangere la semplicità ma anche l’efficacia dei trucchi di Edward mani di forbice o dell’animazione stop-motion di La sposa cadavere. Dove il senso di realtà nasceva dalla forza poetica della storia e non da una presunta ma fredda perfezione tecnologica.

Fonte: Corriere della Sera

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